Voglio una xamamina formato Wittgenstein!!

(Ovvero: dialogo via sms sugli inghippi del linguaggio)

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LA: Sono contenta che oggi non ci incontreremo, almeno non dovrai rivedermi con tutta questa desolazione addosso… Urge chiacchierata!

LI: Perché? Presto chiacchierata!

LA: Perché ho la nausea della comunicazione e vorrei poter farne a meno – anche se probabilmente sto mentendo. SGRONF. Beh, questo sms prova che sto mentendo! O forse no.

LI: Ti giuro, ultimamente anch’io mi ritrovo spesso a pensarlo, ma appena lo dico sembra anche a me di mentire. Forse perché è un tipo di sensazione che non si può verbalizzare e per questo non si può fermare in un significato. D’altronde, cosa c’è di più insignificante dell’assenza di comunicazione?

LA: E’ vero. Nulla è più insignificante dell’assenza di comunicazione. Questa constatazione tocca precisamente il nervo. Però il fatto che in qualche modo ci siamo capite e ci stiamo riconoscendo nella reciproca sensazione significa che l’abbiamo verbalizzata e semantizzata a sufficienza. Beh, se è palese che dalla comunicazione non ci si può sottrarre, forse non andrebbe intesa come mìmesis. O forse siam solo due mentitrici particolarmente minchiose?!

LI: Semantizzando, rimandiamo oltre il buco di significato, come se quello che urge in realtà non fosse descrivere questo buco, ma renderlo coerente col resto. Forse ci sembra di mentire (o meglio, di fatto, mentiamo) perché il linguaggio ha una sua intenzionalità che va oltre la nostra in un dato momento, e ci salva così dagli abissi del silenzio (anche se, naturalmente, c’è silenzio e silenzio, cosa che va ripensata a lungo…)

LA: Muovendo dallo straniamento, e a partire dal buco di significato, il riconoscimento dell’urgenza di coerenza piuttosto che di descrizione fa pensare appunto a uno statuto del linguaggio come “fare sistemativo” (pòiesis) e non come tentativo di imitazione verbale di oggettività a se stanti (mìmesis). Sull’autonomia del linguaggio a discapito di un’eventuale eteronomia penso che si possa riflettere in termini in un senso meno “olistici”: se il linguaggio può essere considerato eteronomo come mezzo (come sintassi), è altresì distinto e affascinante coglierlo come autonomo nel contenuto dell’atto comunicativo (come semantica). In altre parole, il linguaggio non può darsi senza di noi come produzione ed uso strumentale, ma è creato ed indipendente dalla nostra sostanza come significato. Da qui lo smarrimento.

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Ultrafragola ora sul web

ultrafragola
Diffondere notizie, suggestioni e riflessioni sull’arte contemporanea è cosa buona e giusta. E nessuno lo fa meglio di Ultrafragola. Dalla tv satellitare, l’équipe si sposta sul wild web con un lussureggiante canale video dedicato, sempre aggiornato. Dalle notizie alle recensioni di mostre, dagli inviti alle interviste, Ultrafragola esplora il mondo dell’arte, del design e dell’architettura contemporanea con sguardo sobrio, sagace e curioso; il risultato è un’interattiva rivista pop di arte contemporanea. O una contemporanea rivista di arte pop, se volete.

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Outing

Sto iniziando a scrivere il primo post di questo blog e, aldilà della pressione da palcoscenico nel rivolgermi a voi potenziali lettori, sento tutta l’ebbrezza di quando si inizia qualcosa di nuovo. Diciamo che sono una latin lover del cominciare. Non concludo mai un accidente, ma nel cominciare qualcosa metto più potere vitale di uno spermatozoo. Non parlo proprio di “esordire”, di “avviare” o di “inaugurare”… Questi sono verbi usati dalle bocche di coloro che vedono la bellezza dell’inizio dal di fuori, con il cinismo di chi ha già in fondo compiuto qualcosa. Io invece, immersa nel liquido amniotico delle potenzialità, gioco a fare l’esteta del primo gesto di qualcosa: iniziare un libro. Iniziare un disegno. Iniziare un film, a luci spente, comodi sul proprio divano. Il primo morso di lasagna, dopo mesi che non ne mangiavi. Iniziare a fare l’amore. Iniziare un viaggio, una doccia, una partita. Le prime note di una canzone che si ama.
Beh, da qui è scontato immaginare che sono fan di tutte le cose quando iniziano… le mattine ovviamente la sanno molto più lunga dei pomeriggi, ad esempio. Anche i programmi per bambini del mattino erano più fighi di quelli del pomeriggio… dico, vogliamo mettere “L’Albero Azzurro” con “Solletico”?. Non c’è proprio storia. Poi vien da sé che una come me farebbe colazione tutto il giorno. Fortunatamente anche un po’ di scienza e di cultura mi vengono in soccorso… Il primo assaggio di una bevanda o di una pietanza è quello in cui si sprigionano maggiori endorfine. Non credo di aver bisogno di descrivere l’enorme potere erotizzante dei preliminari… E sugli incipit dei romanzi si potrebbe fare davvero un corso accademico.
Poi quando si comincia a fare qualcosa, anche se qualcosa di ansioso, palloso o spiacevole, nel solo immaginare l’inizio e nel rappresentarci come sarà, ci si sente sempre più motivati e fiduciosi. Voglio dire, quando inizio a farmi la ceretta non dico che sono entusiasta, ma certo più incantata e meno incasinata di quando sono arrivata a metà! Per non parlare di quando inizio a riordinarmi la stanza. Nel cominciare ci si ritaglia il proprio stile, anche: c’è chi il bagno in mare lo inizia tuffandosi come un cetaceo nelle onde, e c’è chi impiegherebbe più tempo di un felino, bagnandosi centimetro per centimetro. Cominciare è bello perché ciascuno di noi diventa un piccolo dio onnipotente di un proprio personale mondo possibile.
Insomma, sarà mezz’ora che scrivo e non sono ancora arrivata al dunque. Avrei dovuto parlarvi delle mie motivazioni ad avviare un blog come questo, con un titolo buffo del quale non ho ancora spiegato nulla. Avrei dovuto dirvi che vorrei condividere con voi tutte le riflessioni di semiotica, pragmatica e teoria della cultura che mi bazzicano per la testa e che riguardano la vita più o meno quotidiana… e varie altre (noiosissime) cose. Tuttavia mi pare evidente che…
Ho preferito scrivere questo post come se l’avessi soltanto incominciato.

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