(Ovvero: dialogo via sms sugli inghippi del linguaggio)
LA: Sono contenta che oggi non ci incontreremo, almeno non dovrai rivedermi con tutta questa desolazione addosso… Urge chiacchierata!
LI: Perché? Presto chiacchierata!
LA: Perché ho la nausea della comunicazione e vorrei poter farne a meno – anche se probabilmente sto mentendo. SGRONF. Beh, questo sms prova che sto mentendo! O forse no.
LI: Ti giuro, ultimamente anch’io mi ritrovo spesso a pensarlo, ma appena lo dico sembra anche a me di mentire. Forse perché è un tipo di sensazione che non si può verbalizzare e per questo non si può fermare in un significato. D’altronde, cosa c’è di più insignificante dell’assenza di comunicazione?
LA: E’ vero. Nulla è più insignificante dell’assenza di comunicazione. Questa constatazione tocca precisamente il nervo. Però il fatto che in qualche modo ci siamo capite e ci stiamo riconoscendo nella reciproca sensazione significa che l’abbiamo verbalizzata e semantizzata a sufficienza. Beh, se è palese che dalla comunicazione non ci si può sottrarre, forse non andrebbe intesa come mìmesis. O forse siam solo due mentitrici particolarmente minchiose?!
LI: Semantizzando, rimandiamo oltre il buco di significato, come se quello che urge in realtà non fosse descrivere questo buco, ma renderlo coerente col resto. Forse ci sembra di mentire (o meglio, di fatto, mentiamo) perché il linguaggio ha una sua intenzionalità che va oltre la nostra in un dato momento, e ci salva così dagli abissi del silenzio (anche se, naturalmente, c’è silenzio e silenzio, cosa che va ripensata a lungo…)
LA: Muovendo dallo straniamento, e a partire dal buco di significato, il riconoscimento dell’urgenza di coerenza piuttosto che di descrizione fa pensare appunto a uno statuto del linguaggio come “fare sistemativo” (pòiesis) e non come tentativo di imitazione verbale di oggettività a se stanti (mìmesis). Sull’autonomia del linguaggio a discapito di un’eventuale eteronomia penso che si possa riflettere in termini in un senso meno “olistici”: se il linguaggio può essere considerato eteronomo come mezzo (come sintassi), è altresì distinto e affascinante coglierlo come autonomo nel contenuto dell’atto comunicativo (come semantica). In altre parole, il linguaggio non può darsi senza di noi come produzione ed uso strumentale, ma è creato ed indipendente dalla nostra sostanza come significato. Da qui lo smarrimento.


